18.6.11

FOREVER UNDER THE MOONSPELL 1 – UNA NOTTE D’INCANTO NEL METALLO LUSITANO

A VOLTE È DIFFICOLTOSO INDICARE con esattezza dove stia il confine tra sogno e realtà. A volte il sogno s’avvera; più spesso è la realtà che si smaterializza nel sogno, sembrando perdere di materialità, di consistenza. Quantomeno, questa è la percezione che mi viene sovente dall’assistere al fenomeno imperscrutabile della vita. Ma semplicemente perché è frase fatta, forse, o forse perché è davvero questo che è accaduto, stavolta mi tocca parlarvi del sogno che diventa realtà. O meglio, di un sogno ben preciso.
Ad occhio e croce (quest’ultima, rigorosamente rovesciata) avevo quindici anni quando iniziai ad ascoltare i Moonspell, l’unica band metal portoghese che sia finora riuscita ad imporsi all’attenzione europea ed internazionale. Non ricordo con esattezza come sia venuto a sapere dell’esistenza di questi lupi lusitani, originari di Brandoa (sulla sponda del Tago opposta a Lisbona); penso sia stato soprattutto grazie alle riviste specializzate che all’epoca leggevo e compravo assiduamente, prima fra tutte Metal Shock. Doveva essere il 1995: Wolfheart aveva da poco scosso l’underground proponendo un’ispirata miscela di stili che disinvoltamente oscillava tra black metal, gothic e musica folk. La critica spendeva elogi, nel resto d’Europa come in Italia.
Certo è che avevo già iniziato ad ascoltare Wolfheart (qualcuno me l’aveva registrato su cassetta, oggi non saprei più dire chi…) prima che Irreligious venisse pubblicato, nel 1996. In una delle mie prime visite alla Nosferatu Records ricordo d’avere persino tenuto in mano l’edizione originale di Wolfheart, quella con la copertina oscura, livida, da cui fissano sguardi feroci di lupi ululanti. Alla fine non comprai il CD: costava troppo per le mie tasche d’allora (anni dopo avrei comprato la seconda edizione, quella con la copertina bianca su cui due lupi, balzando in primo piano, s’aggrediscono l’un l’altro). Qualcosa però comprai, e credo proprio quel medesimo giorno: il primo CD metal della mia vita, l’EP che aveva preceduto di circa un anno Wolfheart: Under the Moonspell.
Non possedevo ancora un lettore CD, né uno stereo. Bisognava adattarsi. Pivello quindicenne sedevo in camera dei miei genitori, sul letto matrimoniale, prendendo possesso dell’ottimo stereo di mio padre per riprodurre le infernali sinfonie. E mentre procedevo nell’ascolto dei sei movimenti che compongono Under the Moonspell seguivo i testi sul booklet: aperto, entrava alla perfezione in uno dei quadri della trapunta; coprivo la pagina su cui di volta in volta ricadeva la mia attenzione rigirandovi sopra la custodia del CD – la metà trasparente, va da sé –, così da poter leggere e al contempo proteggere le amate pagine da spiacevoli gettiti di saliva (si tenga presente che all’ascolto e alla lettura sempre s’accompagnava il diabolico canto del sottoscritto!).
Coltissimi, trasudanti cultura esoterica ed erudizione occulta erano i testi di questo EP; non vi mancavano citazioni dotte d’autori maledetti. Opus Diabolicum”, quinta traccia, faceva seguire a versi in portoghese di mano del cantante della band, Fernando Ribeiro (allora noto come Langsuyar), un passo, anch’esso in versi e in traduzione portoghese, del Marchese de Sade. Una poesia abbastanza nota, che negli stessi anni scoprivo e leggevo in originale e in traduzione italiana, nella quale il Marchese dedica specialissime parole d’amore alla divinità: in breve, dice a dio che lo inculerebbe se solo la sua fragile esistenza potesse offrire un culo alla sua (di Sade) incontinenza. Qualcuno di voi potrebbe ricordare questa frase, in francese, scritta in caratteri neri sull’intonaco bianco del bagno d’un certo liceo artistico…
Appare chiaro, da qui in avanti, che per me i Moonspell non sono stati una semplice band amata e ascoltata negli anni dell’adolescenza. La scoperta della loro musica è stata una vera e propria folgorazione, un’illuminazione – o dovrei dire piuttosto un ‘oscuramento’ – che m’ha avvicinato a un determinato mondo culturale e soprattutto a certa letteratura. Non a caso proprio in quegli anni iniziai a leggere De Sade. Ricordo che un giorno, a scuola, Vito Sorbello ci chiese se qualcuno di noi avesse mai sentito nominare il Divin Marchese: se la memoria non m’inganna, fui l’unico ad alzare la mano. Lo conoscevo, sì, grazie ad Under the Moonspell prima e a Wolfheart poi (altra frase sadiana è in “An Erotic Alchemy”). Così un’influenza si somma all’altra: non saprei dire se solo dopo quest’ulteriore suggestione scolastica o già prima, guidato dall’incanto della Luna, mi procurai una discreta quantità d’osceni libri del Marchese – complice, c’è da dirlo, lo straordinario lavoro editoriale della Newton & Compton! È così che oggi posso dire d’essere entrato in letteratura attraverso la porta dell’Inferno spalancata. Di lì a poco avrei scoperto Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud. E sempre tramite i Moonspell, il Faust di Goethe, Pessoa, Das Parfum di Süskind, William Burroughs, Breat Easton Ellis.
Facile capire che se adesso mi trovo in terra lusitana una delle principali ragioni va ricercata nella frequentazione costante d’una certa band metal portoghese, alla cui musica, ai cui testi, al cui mondo di immagini, riferimenti letterari, suggestioni esoteriche, sono legato ormai da sedici anni. Sin da subito ho accolto questa possibilità di lavoro in Portogallo nell’intenzione e nella speranza di celebrare il folle culto della Luna piena prendendo finalmente parte alla cerimonia – vedendo i Moonspell in concerto!
Ma all’inizio sembrava che il destino – o fado português – avesse deciso di non aiutarmi. Chiusi in studio a comporre, arrangiare, registrare il loro nuovo album, previsto per l’inizio del prossimo anno, i miei beniamini avevano finito una tournée portoghese in febbraio. Parevano essersi ormai destinati ai grandi festival metal estivi. Quand’ecco che un’empia novella appare sulla loro pagina MySpace: i Moonspell si concederanno di venir fuori dallo studio, alla luce della luna, per celebrare un’unica data portoghese. MOONSPELL REGRESSAM AO REINO DOS ALGARVES: in occasione della Semana Académica de Loulé (sorta di festa universitaria), i Moonspell suoneranno il 28 aprile in un paesino dell’Algarve, regione che occupa l’estremo sud portoghese. Non sarebbe stato possibile lasciarsi scappare una simile occasione! Pur con qualche remora (si consideri che al momento vivo a Valença, paesello a nord del Portogallo, al confine con la Galizia) mi decido ad affrontare il viaggio – under a Full Moon Madness.

6.10.10

NOI DICIAMO NO! AI CRISTIANI INQUISITORI

Guardate un po' quale ignominia ho trovato in Rete! Quando si dice che la mamma degli sciocchi non la smette mai di figliare... (OK, forse il detto non suona esattamente così, ma ci siamo capiti):

http://noalrock.blogspot.com/

Complici il caffè e un po' di verve polemica, stavolta ho deciso di rispondere con una buona dose d'amara e astiosa ironia a questa iniziativa ridicola, nonché offensiva dell'intelligenza umana (eppure sempre più sospetto che il sostantivo intelligenza cozzi irriducibilmente con l'aggettivo umano). Qui trovate il mio commento (appare e scompare, dunque in realtà non so ancora se è stato correttamente pubblicato o no; lo riporto interamente, comunque, a seguire):

http://noalrock.blogspot.com/2009/10/apertura-blog.html

Quale pregevole iniziativa! Dà ebbrezza, e profonda gioia, sapere che qualcuno cerca d'affrontare con risolutezza i problemi autentici della nostra società.
Pur apprezzando la bontà dell'iniziativa, vi riconosco qualche limite e mi piacerebbe spingermi ben oltre. Prima di tutto proporrei il rogo d'un libro, sì, di quel tale Baudelaire, il cui titolo lascia "fortemente sconcertati", addirittura più del nome heavy metal: I fiori del male, sì! Il Diavolo v'occupa un ruolo preminente e poco conta che il libro in questione venga considerato uno dei capolavori massimi della poesia moderna. Qualche francesista potrebbe storcere il naso, me ne rendo conto, ma considerando che Giovanni Macchia è ormai morto non so quanti avrebbero autorità sufficiente a delegittimare un proponimento talmente saggio, talmente pio.
Non parliamo poi di quell'altro tale che raccontava d'aver trascorso "una stagione all'Inferno", quel Rimbaud. Anche le sue opere andrebbero bruciate! Nemmeno il Goethe, autore del Faust, potremmo risparmiare, nonostante molti lo considerino tra le più grandi menti della storia umana: la leggenda d'un uomo disposto a vendere l'anima al Diavolo pur d'accedere alla conoscenza non è punto educativa, travia le menti dei giovani; per non parlare poi della relazione poco onesta con la povera Margherita! E quell'altro Huysmans, quel folle che in Là-bas raccontava di Satanismo e messe nere? C'è da dire che dopo aver scritto questo libro Huysmans si convertì al Cristianesimo, la qual cosa mi fa pensare che sia pericoloso, davvero pericoloso lasciare in giro un'opera del genere... Se la memoria non m'inganna persino un certo Dante s'era troppo avvicinato all'Inferno, addentrandovisi addirittura, diversi secoli fa; almeno una delle cantiche della Commedia, di conseguenza, andrebbe arsa immantinente.
Quello che forse sfugge è che Satana è invenzione ebraica, dalla religione ebraica passata poi al Cristianesimo. Bisognerebbe dunque muoversi dietro di parecchi secoli nella cultura e nella storia europee per sradicare il male autentico, molti secoli prima dei Bathory e dei Celtic Frost, dei Deicide e dei Morbid Angel, degli Immortal e degli Emperor. Vi dico io da dove e da quando dovremmo iniziare a censurare, a distruggere e proibire. Prima di tutto, secoli e secoli di tradizione figurativa cristiana andrebbero letteralmente cancellati! Troppi sono i Giudizi Universali popolati di diavoloni... Penso in particolare a quello del Signorelli, a Orvieto, o a quell'altro attribuito a Coppo di Marcovaldo, nel Battistero di Firenze; ma persino il Giudizio michelangiolesco della Sistina andrebbe almeno censurato (lo so, l'idea purtroppo non è nuova).
Tornando ai libri, ché quasi dimenticavo, ce n'è ancora un altro che per lo spazio concesso alla figura di Satana andrebbe arso al rogo purificatore della giustizia divina. Questo libro, ovviamente, è la Bibbia.

Non voglio sprecare inchiostro e saliva insultando individui talmente sciocchi da non poter capire nulla o quasi di quanto ho scritto sopra, stupidi e ignoranti al punto da proporre un'iniziativa la cui idiozia parla da sola. Per non compiere nemmeno lo sforzo di trovare da me una chiusa degna a questo commento, cito un testo dei Tiamat – The Scapegoat – nelle cui parole molti, come me, probabilmente si riconoscono. Un testo ancora ingenuo dal punto di vista linguistico (la maturità letteraria di A Deeper Kind of Slumber era di là da venire), ma il cui contenuto mi sembra sì paradigmatico. Ancora una volta, del resto, il cosiddetto rock satanico fa da capro espiatorio; e ben gli sta, in fondo, purché di Capro si tratti:

The dreams I have, you do not know
Don't make me the scapegoat on your insipid show

...Then I turn to you and say

"I worship Lucifer".

13.5.10

ANNIVERSARIO IN TONO MINORE

Pochi avranno notato che oggi ricorre un anniversario. Neanch’io ne saprei nulla se non avessi deliberatamente controllato. Quattro anni fa, 13 maggio 2006, Valentina Quaranta dava luce a questo blog. Quattro anni infinitamente più lunghi di quanto infinitamente lunghi possano apparire 1460 giorni (o forse 1461, contando l’anno bisestile). Quattro anni in cui – e parlo a nome del sottoscritto, ma non ho dubbi sia stato così anche per voi – mille cose sono accadute e mille sono cambiate. Sicuramente nel mio caso molto ha significato aver chiuso con l’università e aver vissuto in quattro posti diversi, attraversando tre continenti. Ma non parlo di questo soltanto. Parlo di movimenti e mutamenti ben più profondi – impenetrabili e interiori.

Assumo la dinamicità come elemento costitutivo della vita umana, dell’universo. Tutto è vibrazione. Nulla, assolutamente nulla è statico. Non lo sono le persone, non lo sono le relazioni, non lo sono i luoghi
le montagne, i mari, il cielo. Tutto è in movimento costante. E non ho mai pensato che i rapporti umani in generale e quelli tra di noi in particolare – compagni di classe per cinque anni consecutivi, cinque anni lunghi e densi d’esperienze, decisivi sotto molti punti di vista – dovessero sfuggire alla regola del cambiamento e restare uguali a se stessi. Prima di tutto perché siamo noi i primi a non restare uguali a noi stessi.

Varie cose accadute negli ultimi mesi mi hanno fatto pensare. Vale ancora la pena di mantenere in piedi rapporti nati quando eravamo persone completamente differenti? Il dubbio è legittimo. Sono già passati quindici anni, a occhio e croce, da quando ci siamo conosciuti. Le nostre personalità e le nostre vite si sono certamente modificate in maniera significativa. Ma probabilmente in questo, da buon siciliano, in me prevale lo spirito di conservazione, di mantenimento: ad essere sincero non sono tipo da buttar tutto a terra per ricostruire da zero. Siamo al contempo frutti del caso e della volontà e a me sta bene che nella mia vita questi due elementi abbiano interagito così come hanno fatto. Accetto il caso e accetto il caos. Persino se avessi la certezza che gli eventi, le circostanze, i contesti in cui ho vissuto o le persone che ho conosciuto non m’avessero portato ad essere la persona migliore che sarei potuta essere, secondo bizzarri e inutili modelli astratti, questo non cambierebbe il fatto che sono stato e sono quello che sono – e nulla può essermi più necessario e benaccetto del mio presente reale (di ciò che è e del modo in cui cambia). Nulla sarebbe potuto essere diversamente giacché è soltanto quello che è.

Tanto per non perdere tempo con la filosofia spicciola vengo al dunque: ritengo ancora di volervi nella mia vita, senza dubbio alcuno, anche se ovviamente non possiamo (o forse addirittura non dobbiamo) restare quello che siamo stati gli uni per gli altri durante gli anni passati insieme a spendere la quotidianità tra i banchi di scuola, scoprendovi l’amore, l’amicizia, il dolore, la delusione, la gioia; scoprendovi ciò che eravamo, ma ciò che oggi ci rappresenta solo in parte. Voglio invece seguirvi mentre cambiate e voglio che mi seguiate mentre cambio. Stop. Non vi considero zavorre del passato che mi costringono ad essere chi non sono; vi considero piuttosto una famiglia a cui il destino m’ha legato, in modo non differente da come accade con la famiglia naturale. In tutta onestà non m’interessa nemmeno che per partito preso restiate per sempre i miei amici più cari. So che in differenti momenti della mia vita altre sono state e altre saranno le persone a me più vicine, ma questo non nega il mio affetto profondo per voi. Non nega nulla di quanto abbiamo condiviso né di quanto sia stato straordinario condividerlo insieme. Nella mia vita d’isolamento profondo e individualismo disperato voi siete stati l’unico gruppo umano di cui mi sia davvero sentito parte. Non è cosa da poco.

Si parla tanto di necessità: il blog è necessario, il blog non è necessario. Ma la necessità non ha nulla a che vedere con quanto valga davvero nella vita, con quanto di più bello si possa raggiungere, conoscere, condividere. Se vivessimo solo di necessità non faremmo che mangiare, copulare, cacare, morire e poco altro. Sinceramente sono felicissimo che voi e questo blog non mi siate per nulla necessari. Siete una scelta, non una necessità. A quelli tra di voi che sentono di voler fare insieme a me questa scelta mando un abbraccio fortissimo e fraterno, virtuale, in attesa di poterne dare al più presto uno di persona. Agli altri, a chi sente che ogni sintonia col sottoscritto sia venuta a mancare, mando un cordiale saluto, con profondo dispiacere ma senza rancore (così è la vita, le cose nascono e muoiono; bisogna accettarlo).

Le parole fanno strada da sole. Non di questo volevo parlare, ma si vede che ne sentivo l'esigenza. In realtà con questo post intendevo auspicare una rinascita di questo spazio, così tanto discusso ma su cui così poco si discute… Eppure so già che non ci saranno grandi cambiamenti per quanto riguarda la frequenza degli interventi, dei post, dei commenti. Io per primo non posso contrarre alcun impegno vero e proprio, ma al massimo ventilare la possibilità di scrivere appena un po’ più spesso (avrò mai il tempo di farlo?). Credo però che questo spazio sia straordinario soprattutto per via della tag board, luogo su cui scambiarsi messaggi veloci, battute, rapide informazioni. Luogo idoneo alla frenesia allucinata dei nostri tempi in cui fermarsi per scrivere appare sempre più difficile. E dell'esistenza di questo spazio
forse è bene ricordarlo e sottolinearlo in chiusura dobbiamo tutti ringraziare Valentina!

Qualsiasi riflessione, anche brevissima, circa quello che pensate delle nostre relazioni da vecchi compagni di classe e da nuovi soggetti autonomi (?) sarà gradita!