A VOLTE È DIFFICOLTOSO INDICARE con esattezza dove stia il confine tra sogno e realtà. A volte il sogno s’avvera; più spesso è la realtà che si smaterializza nel sogno, sembrando perdere di materialità, di consistenza. Quantomeno, questa è la percezione che mi viene sovente dall’assistere al fenomeno imperscrutabile della vita. Ma semplicemente perché è frase fatta, forse, o forse perché è davvero questo che è accaduto, stavolta mi tocca parlarvi del sogno che diventa realtà. O meglio, di un sogno ben preciso.
Ad occhio e croce (quest’ultima, rigorosamente rovesciata) avevo quindici anni quando iniziai ad ascoltare i Moonspell, l’unica band metal portoghese che sia finora riuscita ad imporsi all’attenzione europea ed internazionale. Non ricordo con esattezza come sia venuto a sapere dell’esistenza di questi lupi lusitani, originari di Brandoa (sulla sponda del Tago opposta a Lisbona); penso sia stato soprattutto grazie alle riviste specializzate che all’epoca leggevo e compravo assiduamente, prima fra tutte Metal Shock. Doveva essere il 1995: Wolfheart aveva da poco scosso l’underground proponendo un’ispirata miscela di stili che disinvoltamente oscillava tra black metal, gothic e musica folk. La critica spendeva elogi, nel resto d’Europa come in Italia.
Certo è che avevo già iniziato ad ascoltare Wolfheart (qualcuno me l’aveva registrato su cassetta, oggi non saprei più dire chi…) prima che Irreligious venisse pubblicato, nel 1996. In una delle mie prime visite alla Nosferatu Records ricordo d’avere persino tenuto in mano l’edizione originale di Wolfheart, quella con la copertina oscura, livida, da cui fissano sguardi feroci di lupi ululanti. Alla fine non comprai il CD: costava troppo per le mie tasche d’allora (anni dopo avrei comprato la seconda edizione, quella con la copertina bianca su cui due lupi, balzando in primo piano, s’aggrediscono l’un l’altro). Qualcosa però comprai, e credo proprio quel medesimo giorno: il primo CD metal della mia vita, l’EP che aveva preceduto di circa un anno Wolfheart: Under the Moonspell.
Non possedevo ancora un lettore CD, né uno stereo. Bisognava adattarsi. Pivello quindicenne sedevo in camera dei miei genitori, sul letto matrimoniale, prendendo possesso dell’ottimo stereo di mio padre per riprodurre le infernali sinfonie. E mentre procedevo nell’ascolto dei sei movimenti che compongono Under the Moonspell seguivo i testi sul booklet: aperto, entrava alla perfezione in uno dei quadri della trapunta; coprivo la pagina su cui di volta in volta ricadeva la mia attenzione rigirandovi sopra la custodia del CD – la metà trasparente, va da sé –, così da poter leggere e al contempo proteggere le amate pagine da spiacevoli gettiti di saliva (si tenga presente che all’ascolto e alla lettura sempre s’accompagnava il diabolico canto del sottoscritto!).
Coltissimi, trasudanti cultura esoterica ed erudizione occulta erano i testi di questo EP; non vi mancavano citazioni dotte d’autori maledetti. “Opus Diabolicum”, quinta traccia, faceva seguire a versi in portoghese di mano del cantante della band, Fernando Ribeiro (allora noto come Langsuyar), un passo, anch’esso in versi e in traduzione portoghese, del Marchese de Sade. Una poesia abbastanza nota, che negli stessi anni scoprivo e leggevo in originale e in traduzione italiana, nella quale il Marchese dedica specialissime parole d’amore alla divinità: in breve, dice a dio che lo inculerebbe se solo la sua fragile esistenza potesse offrire un culo alla sua (di Sade) incontinenza. Qualcuno di voi potrebbe ricordare questa frase, in francese, scritta in caratteri neri sull’intonaco bianco del bagno d’un certo liceo artistico…
Appare chiaro, da qui in avanti, che per me i Moonspell non sono stati una semplice band amata e ascoltata negli anni dell’adolescenza. La scoperta della loro musica è stata una vera e propria folgorazione, un’illuminazione – o dovrei dire piuttosto un ‘oscuramento’ – che m’ha avvicinato a un determinato mondo culturale e soprattutto a certa letteratura. Non a caso proprio in quegli anni iniziai a leggere De Sade. Ricordo che un giorno, a scuola, Vito Sorbello ci chiese se qualcuno di noi avesse mai sentito nominare il Divin Marchese: se la memoria non m’inganna, fui l’unico ad alzare la mano. Lo conoscevo, sì, grazie ad Under the Moonspell prima e a Wolfheart poi (altra frase sadiana è in “An Erotic Alchemy”). Così un’influenza si somma all’altra: non saprei dire se solo dopo quest’ulteriore suggestione scolastica o già prima, guidato dall’incanto della Luna, mi procurai una discreta quantità d’osceni libri del Marchese – complice, c’è da dirlo, lo straordinario lavoro editoriale della Newton & Compton! È così che oggi posso dire d’essere entrato in letteratura attraverso la porta dell’Inferno spalancata. Di lì a poco avrei scoperto Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud. E sempre tramite i Moonspell, il Faust di Goethe, Pessoa, Das Parfum di Süskind, William Burroughs, Breat Easton Ellis.
Facile capire che se adesso mi trovo in terra lusitana una delle principali ragioni va ricercata nella frequentazione costante d’una certa band metal portoghese, alla cui musica, ai cui testi, al cui mondo di immagini, riferimenti letterari, suggestioni esoteriche, sono legato ormai da sedici anni. Sin da subito ho accolto questa possibilità di lavoro in Portogallo nell’intenzione e nella speranza di celebrare il folle culto della Luna piena prendendo finalmente parte alla cerimonia – vedendo i Moonspell in concerto!
Ma all’inizio sembrava che il destino – o fado português – avesse deciso di non aiutarmi. Chiusi in studio a comporre, arrangiare, registrare il loro nuovo album, previsto per l’inizio del prossimo anno, i miei beniamini avevano finito una tournée portoghese in febbraio. Parevano essersi ormai destinati ai grandi festival metal estivi. Quand’ecco che un’empia novella appare sulla loro pagina MySpace: i Moonspell si concederanno di venir fuori dallo studio, alla luce della luna, per celebrare un’unica data portoghese. MOONSPELL REGRESSAM AO REINO DOS ALGARVES: in occasione della Semana Académica de Loulé (sorta di festa universitaria), i Moonspell suoneranno il 28 aprile in un paesino dell’Algarve, regione che occupa l’estremo sud portoghese. Non sarebbe stato possibile lasciarsi scappare una simile occasione! Pur con qualche remora (si consideri che al momento vivo a Valença, paesello a nord del Portogallo, al confine con la Galizia) mi decido ad affrontare il viaggio – under a Full Moon Madness.
Ad occhio e croce (quest’ultima, rigorosamente rovesciata) avevo quindici anni quando iniziai ad ascoltare i Moonspell, l’unica band metal portoghese che sia finora riuscita ad imporsi all’attenzione europea ed internazionale. Non ricordo con esattezza come sia venuto a sapere dell’esistenza di questi lupi lusitani, originari di Brandoa (sulla sponda del Tago opposta a Lisbona); penso sia stato soprattutto grazie alle riviste specializzate che all’epoca leggevo e compravo assiduamente, prima fra tutte Metal Shock. Doveva essere il 1995: Wolfheart aveva da poco scosso l’underground proponendo un’ispirata miscela di stili che disinvoltamente oscillava tra black metal, gothic e musica folk. La critica spendeva elogi, nel resto d’Europa come in Italia.
Certo è che avevo già iniziato ad ascoltare Wolfheart (qualcuno me l’aveva registrato su cassetta, oggi non saprei più dire chi…) prima che Irreligious venisse pubblicato, nel 1996. In una delle mie prime visite alla Nosferatu Records ricordo d’avere persino tenuto in mano l’edizione originale di Wolfheart, quella con la copertina oscura, livida, da cui fissano sguardi feroci di lupi ululanti. Alla fine non comprai il CD: costava troppo per le mie tasche d’allora (anni dopo avrei comprato la seconda edizione, quella con la copertina bianca su cui due lupi, balzando in primo piano, s’aggrediscono l’un l’altro). Qualcosa però comprai, e credo proprio quel medesimo giorno: il primo CD metal della mia vita, l’EP che aveva preceduto di circa un anno Wolfheart: Under the Moonspell.
Non possedevo ancora un lettore CD, né uno stereo. Bisognava adattarsi. Pivello quindicenne sedevo in camera dei miei genitori, sul letto matrimoniale, prendendo possesso dell’ottimo stereo di mio padre per riprodurre le infernali sinfonie. E mentre procedevo nell’ascolto dei sei movimenti che compongono Under the Moonspell seguivo i testi sul booklet: aperto, entrava alla perfezione in uno dei quadri della trapunta; coprivo la pagina su cui di volta in volta ricadeva la mia attenzione rigirandovi sopra la custodia del CD – la metà trasparente, va da sé –, così da poter leggere e al contempo proteggere le amate pagine da spiacevoli gettiti di saliva (si tenga presente che all’ascolto e alla lettura sempre s’accompagnava il diabolico canto del sottoscritto!).
Coltissimi, trasudanti cultura esoterica ed erudizione occulta erano i testi di questo EP; non vi mancavano citazioni dotte d’autori maledetti. “Opus Diabolicum”, quinta traccia, faceva seguire a versi in portoghese di mano del cantante della band, Fernando Ribeiro (allora noto come Langsuyar), un passo, anch’esso in versi e in traduzione portoghese, del Marchese de Sade. Una poesia abbastanza nota, che negli stessi anni scoprivo e leggevo in originale e in traduzione italiana, nella quale il Marchese dedica specialissime parole d’amore alla divinità: in breve, dice a dio che lo inculerebbe se solo la sua fragile esistenza potesse offrire un culo alla sua (di Sade) incontinenza. Qualcuno di voi potrebbe ricordare questa frase, in francese, scritta in caratteri neri sull’intonaco bianco del bagno d’un certo liceo artistico…
Appare chiaro, da qui in avanti, che per me i Moonspell non sono stati una semplice band amata e ascoltata negli anni dell’adolescenza. La scoperta della loro musica è stata una vera e propria folgorazione, un’illuminazione – o dovrei dire piuttosto un ‘oscuramento’ – che m’ha avvicinato a un determinato mondo culturale e soprattutto a certa letteratura. Non a caso proprio in quegli anni iniziai a leggere De Sade. Ricordo che un giorno, a scuola, Vito Sorbello ci chiese se qualcuno di noi avesse mai sentito nominare il Divin Marchese: se la memoria non m’inganna, fui l’unico ad alzare la mano. Lo conoscevo, sì, grazie ad Under the Moonspell prima e a Wolfheart poi (altra frase sadiana è in “An Erotic Alchemy”). Così un’influenza si somma all’altra: non saprei dire se solo dopo quest’ulteriore suggestione scolastica o già prima, guidato dall’incanto della Luna, mi procurai una discreta quantità d’osceni libri del Marchese – complice, c’è da dirlo, lo straordinario lavoro editoriale della Newton & Compton! È così che oggi posso dire d’essere entrato in letteratura attraverso la porta dell’Inferno spalancata. Di lì a poco avrei scoperto Nietzsche, Baudelaire, Rimbaud. E sempre tramite i Moonspell, il Faust di Goethe, Pessoa, Das Parfum di Süskind, William Burroughs, Breat Easton Ellis.
Facile capire che se adesso mi trovo in terra lusitana una delle principali ragioni va ricercata nella frequentazione costante d’una certa band metal portoghese, alla cui musica, ai cui testi, al cui mondo di immagini, riferimenti letterari, suggestioni esoteriche, sono legato ormai da sedici anni. Sin da subito ho accolto questa possibilità di lavoro in Portogallo nell’intenzione e nella speranza di celebrare il folle culto della Luna piena prendendo finalmente parte alla cerimonia – vedendo i Moonspell in concerto!
Ma all’inizio sembrava che il destino – o fado português – avesse deciso di non aiutarmi. Chiusi in studio a comporre, arrangiare, registrare il loro nuovo album, previsto per l’inizio del prossimo anno, i miei beniamini avevano finito una tournée portoghese in febbraio. Parevano essersi ormai destinati ai grandi festival metal estivi. Quand’ecco che un’empia novella appare sulla loro pagina MySpace: i Moonspell si concederanno di venir fuori dallo studio, alla luce della luna, per celebrare un’unica data portoghese. MOONSPELL REGRESSAM AO REINO DOS ALGARVES: in occasione della Semana Académica de Loulé (sorta di festa universitaria), i Moonspell suoneranno il 28 aprile in un paesino dell’Algarve, regione che occupa l’estremo sud portoghese. Non sarebbe stato possibile lasciarsi scappare una simile occasione! Pur con qualche remora (si consideri che al momento vivo a Valença, paesello a nord del Portogallo, al confine con la Galizia) mi decido ad affrontare il viaggio – under a Full Moon Madness.


