25.4.10

GLOOMY WEDNESDAY - PETER STEELE PASSED AWAY

La notte tra il 15 e il 16 aprile, abbattuto per il viaggio alle Maldive scappatomi di mano in maniera inattesa e senza ch’io vi potessi far nulla, vagavo per le distese della Rete alla ricerca d’un qualche sollievo, d’un qualche vago conforto. Come sempre faccio, o quasi sempre, ricercavo novità musicali e album da scaricare, news sulle band che amo e seguo, recensioni ed interviste. La Musica, sì, è la mia Droga, la mia sola Signora e Padrona, la mia Necessità indispensabile, assolutamente necessaria – e più ne prendo consapevolezza, negli anni, più capisco che presto o tardi abbandonerò tutto, o giù di lì, per dedicarmi all’unica cosa che per me conti nella vita.


M’imbatto così nel profilo MySpace degli Aborym, malefica e geniale band italiana in procinto di pubblicare un nuovo disco. Vedo sul loro blog un post che non ho ancora letto, a nome Peter Steele. Improbabile che Fabban e soci l’abbiano conosciuto, penso in principio, ed ancor più improbabile che un fanatico di Beatles e Black Sabbath quale il grande Pete è sempre stato trovi di proprio gradimento il black metal sperimentale, elettronico e psicotico dei romani. Allora cosa? Per un paio di minuti ho cercato una ragione che giustificasse il titolo del post… Non una plausibile è accorsa alla mia mente.


Non appena ho letto le parole di cordoglio espresse da Fabban per la morte di Peter Steele, cantante e bassista dei Type O Negative nonché dei forse meno noti Carnivore, un tremito ha percorso con ferocia la mia schiena, dal bacino fino alla nuca – come se l’alito della morte rimontasse su per le spire di Kundalini, gelido e vibrante. Sembrava impossibile, assurdo, irragionevole; del tutto inaspettato. Peter Steele aveva appena 48 anni. Nel 2005, poi, lo stesso Steele aveva messo in giro la notizia della sua morte pubblicando sul sito dei Type O una sua lapide con incise sopra le date 1962-2005 – in realtà quel 2005 pare facesse riferimento non altro che all’abbandono della Roadrunner Records e al passaggio alla SPV, da alcuni anni nuova etichetta anche dei Moonspell e dei Fields of the Nephilim. Parliamo pur sempre del provocatore che firmò il contratto con la Roadrunner a mezzo d’un inchiostro speciale, composto di sangue e sperma; o dell’uomo che nel 1995 posò nudo per Playgirl, sbigottendo le numerose schiere dei metallari bigotti (satanici baciapile). Stavolta, però, pochi minuti di frenetica ricerca in Rete mi sono stati sufficienti a scoprire che non si trattava d’un fake – la notizia, sul MySpace della band, veniva confermata dagli altri componenti dei Type O, nonché dalla famiglia di Peter: “It is with great sadness that we inform you that Type O Negative front man, bassist, and our band mate, Peter Steele passed away last night of what appears to be heart failure”; “Legendary Goth/Heavy Metal musician Peter Steele died suddenly Wednesday, April 14, 2010, after a short illness at the age of 48”.


Uno degli idoli della mia giovinezza, uno degli artisti e musicisti che più ho amato sin dalla prima adolescenza, sin da quando mi sono avvicinato al rock, al metal, muore così – a quasi un anno esatto dalla scomparsa di James Ballard, segnale che il mio mondo viene meno e che i miei punti di riferimento si sgretolano e cedono uno dietro l’altro (“Yeah I know / That my world is coming down”). Un grande uomo e un uomo grande, Peter Steele: un autentico gigante; un baritono che con voce grave e profonda raccontava le proprie debolezze d’essere umano, le assurdità della vita e del mondo contemporaneo, il dolore per la morte delle persone care e le tenerezze morbose del sesso, dell’amore, della religione. Un personaggio da me amatissimo con cui si spegne per sempre – so quanto suoni banale dirlo – una parte di me e della mia giovinezza.


Ricordo l’estate in cui scoprii i Type O Negative. Era il 1994, se non vado errato. Slade, il cugino di Valentina Quaranta, era venuto in vacanza dalle nostre parti, assieme a Giga. Passammo una piacevole giornata in giro per Catania, se ben ricordo alla ricerca della Nosferatu Records (non saprei dire, però, se in quell’occasione la raggiungemmo o meno). Durante quei giorni di permanenza in Sicilia furono proprio Giga e Slade a registrarmi su nastro, insieme a vario altro materiale sepolcrale e oscuro – erano all’epoca fanatici del doom metal –, Bloody Kisses: un disco fenomenale, vario e spiazzante, che riusciva a mischiare elementi gotici e doom ad influenze hardcore punk (come nella bellissima We Hate Everyone che s’apre con un goliardico e sfottente coro d’ululati su accordi punkish per poi avvicinare il goth-industrial; memorabile il testo: The left they say I'm a fascist / The right calling me a communist […] We don’t care / What you think”, chiaro riferimento alle controversie del tour europeo in supporto a Slow, Deep and Hard).


Passai ore e ore, intere giornate immerso nei suoni seducenti, ruvidi, mistici ed erotici d'un album che ha fatto la storia del rock anni Novanta. Canzoni come la title-track, Bloody Kisses (A Death in the Family), ospitarono a lungo le emozioni incerte e acerbe della mia adolescenza. Il testo racconta il suicidio dell’amata, assieme alla quale muore lamore, suicidio cui di necessità deve far seguito una seconda morte complementare alla prima: Both life and love could not be saved / She took them both to the grave [...] You found the strength to end your life / As you did – so shall I”. Il fascino tragico della disperazione trattiene sull’orlo d’un orgasmo abissale, finché i due amanti non si scambiano un ultimo bacio insanguinato. Is like a death [...] in the family”, intona Pete. A death in the familyQuando mia nonna prima, mio zio dopo, morirono, fu questo pezzo la colonna sonora tragica delle mie morti in famiglia; ricordo bene le lacrime, ricordo il dolore, per sempre impresso su queste note drammatiche:


http://www.youtube.com/watch?v=OhW92tY82_E


Sempre da Bloody Kisses varrebbe almeno la pena di citare Black No. 1 – pezzo macabro e sfottente sulla relazione con una giovane darkettona, stereotipi dark annessi e connessi – e Christian Woman – che indaga con lucidità la relazione tra Cristianesimo ed erotismo narrando d’una pia donna cristiana che nutre per il buon Gesù un amore segnatamente carnale, che le si muove dentro come un serpe, inquieto, tra le gambe (Would you suffer eternally / Or internally?). Vi rimando ai video d’entrambi i pezzi. Il primo, la cui qualità audio ahimè non è molto buona, mostra i Type O Negative suonare in ambientazione autunnale – sullo sfondo lo scheletro d’un albero spoglio –, con strumenti acustici e d’epoca (chiaro che all’interno dell’intero universo rock soltanto Peter Steele poteva permettersi d’imbracciare un enorme contrabbasso, che tra le sue mani appariva quasi un basso comune):


http://www.youtube.com/watch?v=uVaHG_QMvNk


A ogni modo è molto più interessante il video di Christian Woman, dal sapore decisamente anni Novanta, con tanto di fading incrociati e simboli mistici che appaiono e scompaiano agli angoli dello schermo, in una macabra danza; momento di spicco è fuori dubbio lo stacco hippie attorno ai quattro minuti (il pezzo è una sorta di suite composta da tre movimenti, dei quali questo è il secondo), in cui viaggiamo indietro nel tempo di trent’anni (sarebbero oggi più di cinquanta, ma il disco è del 1993): gli uccelli cantano, l’acqua scorre e i nostri siedono malinconici sulla panchina d’un parco (riguardo alle immagini scandalose che ritraggono il tastierista Josh Silver nelle fattezze, a mio giudizio, d’un misterioso putto medievaleggiante, con frangetta ricciola sospesa a mezzaria, preferisco non pronunciarmi – sia chiaro, solo per il profondo rispetto che nutro per il suo operato all’interno dei Type O Negative, specie in veste di produttore!):


http://www.youtube.com/watch?v=V0LSO-dtsxo


Venne poi October Rust, nel 1996, uno dei dischi più belli che abbia mai ascoltato. Un lavoro di composizione e produzione semplicemente perfetto. Anche stavolta sono varie le influenze musicali che, combinate alle principali – lo stesso Steele le indicava nei Beatles e nei Black Sabbath –, concorrono alla riuscita di questo capolavoro: il gothic metal (Wolfmoon) e il goth rock americano (l’inizio di Green Man m’ha sempre richiamato alla mente i grandissimi Lycia); incursioni nel pop, tra i Sisters of Mercy e gli anni Sessanta (My Girlfriend’s Girlfriend, Burnt Flowers Fallen), o nella new wave e nel new romantic inglesi (qualcosa nelle chitarre di Love You to Death mi ricorda addirittura i Duran Duran di Ordinary World). C’è persino una cover di Neil Young, Cinnamon Girl (molto più personale delle svariate cover che del medesimo pezzo, negli ultimi anni, parecchie rock band hanno proposto, da quei menomati degli Smashing Pumpkins ai grandissimi Radiohead). Eppure rispetto a Bloody Kisses il disco è più omogeneo, più maturo – nulla vi è fuori luogo, non una virgola, non un singolo suono o rumore. E poco conta che certa ribelle violenza abbia lasciato il posto ad una malinconia morbosa, sensuale. Parliamo d’arte – e nulla in arte conta più dell’ambigua perfezione delle forme. Segnalo la splendida Love You to Death, un pezzo che ho amato alla follia sin dal primo ascolto e che spero di poter eseguire al più presto, dal vivo, in memoria del grande Peter:


http://www.youtube.com/watch?v=aJ6faHNsJw4


Chiudo con poche parole in merito a quello che, a mio giudizio, è l’ultimo grande album dei Type O Negative, World Coming Down (m’hanno convinto meno i successivi, Life Is Killing Me e Dead Again, dischi sicuramente validi e che sono riuscito ad apprezzare, molto sabbathiani, pesantemente doom e sotto il segno degli anni Settanta, ma a mio giudizio un po’ meno ispirati). A tutt’oggi non m’è chiaro perché un disco talmente intenso sia stato smontato dalla critica, ma tant’è: World Coming Down è forse l’album dei Type O Negative che meno consensi ha ricevuto. Eppure rappresenta, a mio avviso, il passo più estremo tentato dai 4 dicks from Brooklyn in direzione dell’abisso. Un disco nerissimo, estremamente lento e pesante, negativo, asfittico, angosciante e disperato – dove non c’è spazio per l’ironia solita agli altri lavori dei newyorkesi. Da quest’album suggerisco l'ascolto di Everything Dies; il video non è dei migliori, ma il pezzo, nonostante sia stato qui sfigurato e ritagliato a misura dell’idiota consumo americano della musica, è emblematico dell’atmosfera che si respira mentre il mondo di Peter sta venendo giù:


http://www.youtube.com/watch?v=QMHQQvBs6o4


Credo d’avere speso già troppe parole, inutili parole, inciampando nella memorialistica all’inizio e nella critica musicale poi, senza mai centrare il punto. Ritengo di non appartenere alla massa idiota, zotica, che erige miti a proprio consumo solo per poterli venerare, per venerare in loro valori e qualità che crede di non possedere. Però ci sono, questo sì, personalità artistiche ed umane che stimo oltre ogni limite e che rappresentano ai miei occhi qualcosa di sommamente importante: degli esempi, dei modelli, dei maestri. Essi incarnano per me l’idea che ci siano travestimenti umani, giochi intellettuali ed estetici capaci di fare bella la turpezza della vita, e che ci sia nel mondo qualcosa di buono – buono, inutile dirlo, secondo il mio personalissimo sistema di valori – da prendere a modello e a cui ispirare le proprie azioni, per quanto vane, per quanto umane. Peter Steele, senza alcun dubbio, era e resterà una di queste personalità. Non dico solo in quanto musicista, cantante, paroliere; e non faccio riferimento nemmeno alle sue concrete condotte o alle sue idee personali (varie cose potrei elencare che non condivido, non ultima la recente svolta cattolica – dopo lunghi anni di sano ateismo!). Di Peter Steele ho adorato la personalità, l’attitudine, il carisma, l’ironia amara, l’acuta intelligenza, il cinismo, la capacità di provocare senza mai cadere nel cattivo gusto. Ho amato la sua arte, di cui gli sarò eternamente grato (per quel frammento d’eternità che mi tocca, come tocca a ognuno di noi).


Mercoledì 14 aprile è stato per la musica un giorno nero, funesto, funebre; a gloomy Wednesday. Del medesimo mercoledì è l’eruzione dun vulcano presso il ghiacciaio Eyjafjallajokull, nel sud dell’Islanda. Nei giorni successivi, come sappiamo, cenere ha investito i cieli dell’Europa, oscurandoli, bloccando i trasporti aerei e dando un calcio in culo all’economia capitalista – anche questi, sebbene in altro modo, giorni neri, funesti, funebri. Peter Steele, il cui vero nome era Petrus Thomas Ratajczyk, nato a New York, vantava origini variegate: russe, polacche, scozzesi – e islandesi. Nulla è casuale, nemmeno il caos. Cenere vulcanica, dal cuore della Terra, s’unisce al pianto di chi lo ha amato.

1 commenti:

Ezio Romeo ha detto...

Pur con estremo ritardo, ringrazio l’amico Slade per aver letto e poi commentato con me, in chat, il post in memoria di Pete Steele. Slade, che non a caso m’iniziò al culto dei Type O Negative una quindicina di anni fa, è un profondo conoscitore della band – ed ha persino incontrato Peter Steele in persona, nel backstage del Summer Day in Hell Festival, anno 2003 (prima data italiana dei Type O). Sapevo di poter contare su di lui per rinvenire nel mio articolo imprecisioni ed inesattezze. Così è stato: travisavo il significato di Black No. 1 (Little Miss Scare-All) credendo che il testo fosse puro gioco decadente, morboso e nero, senza cogliere lo sfottò ai danni dei dark e di certi loro atteggiamenti estetici vuoti, privi di significato. Mr Steele, bene sottolinearlo, era uno che non prendeva nulla troppo sul serio, né gli altri né se stesso. Il testo racconta la storia d’amore, non so se immaginata o reale, con una giovane dark – la Little Miss Scare-All del ‘sottotitolo’ – amare la quale è stato come amare un morto. Il tempo cattivo, la pioggia e il vento, allettano la tetra fanciulla e la invitano ad uscir fuori per vivere all'aria aperta il suo eterno Halloween; ma lei, povera, uscire non può, ché le occorre ritoccare di nero le radici della chioma corvina con una tintura speciale, Black No. 1… Prima che Slade me ne mettesse a parte non sapevo che questa canzone costò ai TON odio acerrimo da parte della comunità dark.
Acuta ironia, dunque. Slade mi fa notare, giustamente, che nelle mie parole manca lo spazio dovuto agli aspetti ironici ed autoironici che hanno sempre caratterizzato i Type O Negative (perlomeno da Bloody Kisses in avanti). E qui – devo dire – interviene la mia tendenza ipertrofica ed innata alla tragedia, al dramma. Probabilmente non amerei World Coming Down così tanto se non provassi la vertigine di fronte al baratro che si spalanca sotto ai nostri piedi – mentre c’illudiamo invece di camminare sulla terra. E però non disconosco affatto il valore dell’ironia, o meglio humor nero, come elemento fondamentale della personalità di Peter Steele, senza il quale i Type O Negative non sarebbero stati quello che sono stati. Cristo è morto e risorto, e nient'altro; Peter Steele, invece, è morto per ben tre volte… Mica cosa da tutti.
Per chi fosse interessato, linko il MySpace della band di Slade, i Dead Ronnies (nome assolutamente geniale!): http://www.myspace.com/deadronnies